Ho iniziato a giocare con le biglie a sei anni.
Oggi ne ho sessanta e non ho ancora capito dove finisce il gioco e dove comincia la scienza.
Certo, ci sono stati momenti della mia vita in cui le biglie sono rimaste chiuse in un cassetto, ma da quando faccio lo storyteller scientifico sono incluse nel mio set d’insegnamento: non ne potrei fare a meno.
In questo articolo vi racconto perché, e vi anticipo già che alla fine troverete una tabella con gli esperimenti scientifici che si possono allestire facilmente con le biglie in classe.
Perché le biglie sono belle — e questo conta
Le biglie soddisfano prima di tutto un bisogno estetico: sono sferiche, spesso con colori meravigliosi, una diversa dall’altra. Invitano naturalmente a conservarle, collezionarle, a eleggere quelle più belle e preziose.
Poi con le biglie si gioca e, per giocare, bisogna avere regole condivise, spazi dedicati (per le biglie non servono molti metri quadri) e tempi definiti. Tutto ciò, nel contesto classe, sviluppa un itinerario di relazioni e di codici sociali che può ricordare quello ciclico delle figurine o delle raccolte di pupazzetti plasticosi. Ed è proprio qui che entra in gioco il primo elemento che rende le biglie qualcosa di speciale.
Ragioniamo insieme ai nostri alunni: belli i pupazzetti, ah sì… però sono di plastica. Oramai lo sanno anche i sassi che la plastica non è sostenibile. Le biglie, invece: Vetro. Prodotto a partire dalla sabbia, non dal petrolio. Riciclabile all’infinito — è un materiale «permanente».
E tralasciando il fatto che, tra cinquant’anni, il pupazzetto sarà ancora plastica — ma sgretolata, crepata, scolorita — la nostra biglia non mostrerà i segni del tempo.
Quattromila anni di storia in un sacchetto
E qui entra in gioco la storia, che con le biglie ha un rapporto davvero straordinario.
Le prime fonti attendibili che attestano l’uso ludico di piccole sfere assimilabili alle biglie risalgono all’Egitto del III millennio a.C., in particolare al gioco del mehen. Il gioco delle biglie in forme più vicine a quelle moderne è ben attestato nel mondo greco-romano e visivamente documentato con chiarezza nell’Europa del XVI secolo. La biglia moderna di vetro nasce nell’Ottocento, soprattutto in Germania, e si industrializza tra il 1902 e il 1905 negli Stati Uniti; nel Novecento il gioco si organizza stabilmente in tornei ufficiali che esistono ancora oggi.
Già 4.000 anni fa si giocava con le biglie — e lo sappiamo perché quelle biglie sono arrivate fino a noi. Se si fosse trattato di figurine dei Pokémon, i secoli se le sarebbero mangiate senza lasciare traccia. Biglie di terracotta, di vetro e di ceramica hanno invece attraversato i millenni per raccontarci una storia. A livello didattico, questo è già un motivo fortissimo per portarle in classe: diventano un percorso storico, una ricerca di fonti, un ponte tra generazioni.
Durante i miei percorsi, infatti, molti nonni hanno portato in classe la loro collezione e hanno raccontato i giochi che praticavano, suscitando curiosità ed emulazione.
Le biglie come laboratorio scientifico
Come storyteller scientifico, per me le biglie rappresentano un mare di possibilità: con esse si possono spiegare le traiettorie, gli urti elastici, l’inerzia. Le biglie permettono di far vedere che la fisica reale non è fatta solo di formule pulite.
Una sfera rotola, slitta un po’, rimbalza male, dissipa energia, trasferisce impulsi, cade nei fluidi, e a volte diventa persino un piccolo sistema caotico. Alla fine dell’articolo troverete una tabella con tutti gli esperimenti che si possono allestire facilmente con le biglie.
Costruire il campo: manualità, creatività, strategia
Un aspetto da non tralasciare è il campo da gioco, che permette di sviluppare competenze artistiche, strategiche e laboratoriali. A scuola può essere composto da semplici corde da palestra che delimitano uno spazio e conetti che fungono da ostacoli: già questo basta.
Nella mia esperienza, però, anche grosse scatole di cartone e pezzetti di legno si sono trasformati in campi di biglie meravigliosi. Insegnanti più «coraggiosi» hanno fatto scavare piste di terra in giardino; altri hanno allestito campi con ritagli di legno. In tutti questi casi la partecipazione di alunni e alunne è stata corale: ognuno e ognuna ci ha messo del suo, fabbricando, suggerendo modifiche, apportando variazioni — e poi, chiaramente, giocando, allenando in questo modo la motoricità fine, la precisione nel tiro, la previsione delle traiettorie.
Una lettera d’amore (didattica)
Questi sono i motivi che mi hanno spinto a scrivere questo articolo. Un oggetto che insegna sostenibilità, storia, fisica, lavoro di squadra e creatività — tutto in un sacchetto.
Questa è, in fondo, lo confesso, una lettera d’amore per le biglie.
Ma è anche un invito. Un invito a rimettere in mano ai ragazzi oggetti semplici, resistenti, intelligenti, sostenibili.
Oggetti che attraversano i secoli e continuano a insegnare. Perché a volte, per fare buona didattica,
non serve inventare nulla. Basta… far rotolare una biglia.



